testimonianze

TESTIMONIANZA DI
COSTANTINO MOLINARI
Cinquant’anni fa
Dopo lo sbarco degli alleati ad Anzio ed a seguito
di un rapido quanto provvisorio avanzamento del
fronte verso Nord, ai primi di febbraio 1944 venne
ordinata l’evacuazione di Albano e di altri paesi
vicini.
S.S. Pio XII mise a disposizione degli sfollati la Villa
Pontificia che si estende da Castel Gandolfo ad
Albano.
Fu tutto un accorrere di gente che portava con se
poche cose: viveri, indumenti, qualche materasso
e coperte; chi disponeva di carri od animali da soma,
li caricò fino all’eccesso.
La gente si sistemò come poteva: nelle grotte, in
baracche di fortuna improvvisate, nell’edificio di
Propaganda Fide ed in altri edifici all’interno della
Villa che si riempirono fino all’inverosimile.
I pochi giorni, fino a quel triste 10 febbraio, trascorsero
tutti uguali: si andava alla ricerca di qualcosa
da mangiare, di un pò di legna per scaldarsi e,
contemporaneamente, si andava alla ricerca di parenti,
amici e conoscenti per vedere dove e come si
erano sistemati; ci si scambiavano consiglio ed
esperienze sempre con la paura di eventuali cannonate
o di incursioni aeree; si facevano considerazioni
su come procedeva il fronte nella speranza
che gli alleati facessero presto a passare così da poter
tornare quanto prima alle nostre case.
Io (all’epoca avevo 14 anni), i miei due fratelli di
10 e 2 anni ed i genitori ci sistemammo per le notti
in un corridoio al primo piano di un’ala dell’edificio
di Propagand Fide: dormivamo vestiti per poter
fuggire più velocemente in caso di allarme; di
giorno vivevamo all’aperto: ci dava più sicurezza.
La mattina del 10 febbraio solita sveglia: verso le 7
ed anche prima la gente incominciò a muoversi e
dalle stanze o dai corridoi dove aveva passato la notte
usciva per recarsi all’aperto. I materassi di colore
che, come noi, dormivano nel corridoio lasciavano
poco spazio al transito delle persone ed allora
bisognava alzarsi e ripiegare i materassi per liberare
il corridoio; li avremmo ridistesi la sera per la
prossima notte: quella sera non fu così. Come ogni
mattina, ci lavammo con l’acqua fredda di una fontanella,
ascoltammo la S. Messa ed uscimmo all’aperto.
Verso le 9 si sentì il rombo (ormai tristemente
noto) di una formazione di fortezze volanti
(aerei da bombardamento americani) e la paura
prese un po’ tutti: che sacappava, che si rifugiava
nelle grotte, che gridava, chi imprecava; io nell’incoscienza
della mia età, mi allontanai dai miei familiari
per vedere fra gli alebri.
Li vidi gli aerei: sembravano puntini verso il cielo;
erano tanti, si dirigevano verso il mare. Corsi allora
verso una balconata dalla quale si dominava il
panorama sull’Agro Romano fino al mare.
Gli aerei erano appena passati sopra di noi quando
si udirono gli spari di una batteria contraerea
tedesca ubicata vicino Propaganda Fide non lontana
dal muro della Villa Pontificia. Il cielo fra gli
aerei si riempì di nuvolette di fumo che i proiettili
della contraerea creavano esplodendo. Ad un
tratto vidi un lampo nel cielo ed un aereo, colpito
dalla contraerea precipitò nella campagna lasciando
una scia di fumo.
Io ed un altro ragazzino (avrà avuto all’incirca la
mia stessa età) stavamo osservando quanto succedeva;
ad un tratto il rombo degli aerei cambiò ritmo:
con l’esperienza maturata in altre simili circostanze,
mi resi conto che in quel momento venivano
sganciate le bombe; infatti dopo poce vedemmo
in lontananza, nella campagna verso Santa Palomba
ed oltre, le colonne di fumo delle esplosioni
delle bombe e, dopo qulache secondo, percepimmo
anche il fragore degli scoppi.
Trascorsero alcuni minuti ed ecco nuovamente il
rombo degli aerei. Anche questa volta riuscii a vederli
e, mentre mi aspettavo di assistere ad un’azione
di bombardamento come la precedente, sentii
nuovamente cambiare il ritmo dei motori degli aerei:
nuovo sgancio di bombe. Dalla posizione degli
aerei mi resi conto che questa volta le bombe ci
sarebbero cadute addosso. Il terrore mi invase e
restai impietrito dalla paura.
Ricordo il fragore della bobme sempre più vicino,
l’aria che si oscurava sempre più per la terra sollevata
dalle esplosioni. Ad un tratto il ragazzino che
era vicino a me sbiancò e cadde tutto sangunante
da una lato; in terra ancoraa avvolto dalle maniche
degli abiti, un suo braccio amputato probabilmente
da una scheggia. Ricordo di essermi chinato per
raccogliere quel braccio domandandomi se dovevo
restituirlo o gettarlo via. Non so se riuscii a raccoglierlo
perché a questo punto i miei ricordi si interrompono:
devo aver perso i sensi per lo shock.
Ripresi conoscenza dentro una grande grotta dove,
inseime ai miei familiari, c’erano tante altre persone
che vi si rifugiarono; mi misi ad urlare. Non
ho mai saputo come ho fatto a trovarmi in quella
grotta: ci arrivai da solo? mi ci portò qualcuno? e
quel ragazzino, che fine aveva fatto? e il suo braccio?
Ricordo che in quella grotta mio padre cercava
di calmarmi dicendomi che tutto era finito; tutto
era passato.
Quando riuscì a tranquillizzarmi, uscimmo insieme
all’aperto alla ricerca dei aprenti e degli amici.
Lo spettacolo che ci si presentò era indescrivibile:
rovine dappertutto, alberi stroncati e divelti, l’edificio
centrale di Propaganda Fide ridotto ad un ammasso
di macerie; gente che gridava per cercare aiuto,
chi correva alla ricerca dei propri congiunti,
pianti disperati attorno ai cadaveri sparsi in giro;
ovunque desolazione e morte. Molte vittime
(anche miei parenti: una cugina di 18 anni ed un
fratello di mio padre) trovarono la morte nel luogo,
centrato in pieno da una o più bombe, dove
avveniva la distribuzione del latte per i bambini e
dei pochi viveri che si riusciva ad ottenere tramite
Vaticano. Un cavallo morto giaceva sopra un pino
dove lo aveva scaraventato una esplosione; una
donna, morta, giaceva incastrata fra una trave di
ferro ed una parete; famiglie interamente distrutte;
ricordo due coniugi di Albano che vagavano come
inebetiti fra la gente: sotto le macerie di Propaganda
Fide avevano perso tutti i loro cinque figli
(la più grande di 14 anni).
Giungemo nel posto dove trascorrevamo le notti;
quell’ala di Propaganda Fide era rimasta intatta;
trovammo i materassi e le coperte sotto una finestra
dove erano stati gettato per farne una pedana
morbida per le persone che fuggivano gettandosi
nel vuoto.
Nel pomeriggio, con i camion messi a disposizione
dalla direzione della Villa Pontificia, ci fu un
nuovo esodo per le persone superstiti verso Roma.
Anche noi, con le poche nostre cose, raggiungemmo
Roma dove rimanemmo, ospiti di aprenti, fino
al successivo giugno dopo che gli alleati, il 4 di
quel mese, liberarono Roma dai tedeschi e noi dall’incubo
della guerra.
Febbraio 1944